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I RACCONTI DI DANY I. - Senza senso

SENZA SENSO

“Ho una ragazza. Sara è la mia ragazza e siamo campioni del mondo!”
A questo pensava Davide pochi minuti prima dell’incidente, centrato in pieno da un
furgone che all’improvviso gli era comparso davanti.
Il rumore dello schianto era stato terribile, simile a ferro che sbatte contro la lamiera.
Subito dopo Davide si era sentito come legato e imbavagliato, incapace di muovere anche
un solo muscolo. Aveva pensato a Sara, seduta dietro insieme all’amica, ma non riusciva
a girarsi e a guardare.
Dall’autoradio Miguel Bosè cantava “Bravi ragazzi”: una canzone che non gli era mai
piaciuta.
“Che assurdità morire con questa canzone cretina nelle orecchie!”, disse fra sé, e si stupì
della tranquillità con cui aveva avuto quel pensiero di morte.
Poi il sonno, e un’enorme stanchezza.
Si addormentò, cullato dalla voce suadente del d.j.
Fu quella la notte in cui la spensieratezza se ne andò per sempre. Quella in cui la vita
piombò come una zavorra a soffocare il senso di onnipotenza, di perenne stato di grazia
che solo a sedici anni si può avere.
Ma alle quattro del pomeriggio di quell’undici luglio, Sara stava ancora davanti allo
specchio a rimirarsi, inconsapevole. Gioiva della giornata speciale, e della notte che si
annunciava memorabile.
Nel quartiere avevano già appeso le bandiere. Davide arrivò con la Diane tricolore dipinta
di fresco, suscitando l’ilarità dei vecchietti affacciati al balcone alla ricerca di un briciolo
d’aria.
“E se non vinciamo?” disse Sara ridendo.
Lui la guardò di traverso, facendo un gesto con la mano a scacciare quel pensiero
molesto.
“Ci vediamo alle sette” si limitò a dire, ripartendo con una strombazzata.
La consueta calma piatta della domenica quel giorno era sostituita da una sorta di
elettricità. In tutta Treviglio si respirava un’aria strana, di attesa.
Alla festa popolare avevano sistemato i tavoli davanti al grande schermo, pronti a
festeggiare con salamelle, pizze e fiumi di birra. Bandiere tricolori delimitavano l’area
sventolando lievi.
Dalle case con le finestre spalancate si sentiva il ronzio dei televisori. Erano tre settimane
che in tv si parlava solo di due argomenti: il suicidio di Roberto Calvi e i Mondiali di calcio.
Il “banchiere di Dio” era stato trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri a Londra, ma la
storia era tutt’altro che conclusa e moltissimi ancora i punti oscuri.
Ma quello era il giorno della Finale. La Nazionale di Bearzot era pronta a fare il miracolo,
a instillare un po’ di fiducia in un’Italia che ancora avvertiva l’eco degli anni di piombo.
Sara ripensò ai giorni precedenti. Aveva tentato di convincere i genitori a darle il
permesso di andare con gli altri a Torino, al concerto dei Rolling Stones. Ma non c’era
stato verso.
“Chissà cosa succede in quei raduni” aveva detto la mamma, immaginando fiumi di
droga, sedute di sesso, rapimenti o chissà che.
“E poi, tornare di notte, non se ne parla“ aveva concluso.
“A parte il fatto che il concerto è di pomeriggio presto, proprio perché c’è la partita” aveva
ribadito Sara con tono saccente “e poi non sono mica sola, sul treno!”
“Comunque non ci vai”, era stata la sentenza e Sara si era dovuta rassegnare.
Ma ora era contenta di essere rimasta a casa. La piccola cittadina che l’aveva vista
nascere non le era mai sembrata così bella, così viva. In cambio del mancato concerto la
mamma aveva dato il permesso di star fuori fino a tardi.
Uscì per andare dall’amica Roberta. Inforcò la bicicletta sgangherata di mamma e partì
di buona lena. Prese via Libertà, a quell’ora deserta, per dirigersi verso il centro. Fece
saltellare la bici sugli scalini del Santuario e in un attimo arrivò nella piazza del municipio.
Al Caffè gli uomini discutevano animatamente di calcio, le donne sorseggiavano bibite
fresche. I ragazzi seduti sui gradini della chiesa si prendevano in giro.
Giunta a casa dell’amica, la trovò che stava leggendo, come spesso faceva.
Anche Sara amava leggere e per questo si erano piaciute subito, sin dalle scuole medie.
Tenevano aggiornata una loro personale classifica dei libri più belli; entrambe non erano
bravissime a scuola, ma quando si trattava di romanzi non le batteva nessuno.
Quando la vide entrare, Roberta chiuse con uno scatto il suo libro e balzò in piedi:
“Hanno telefonato Paolo e gli altri da Torino!” disse tutta eccitata “Mick Jagger è salito in
cima alla gru vicino al palco e ha pronosticato la vittoria dell’Italia per 3 a 1!”
“Speriamo…” disse Sara facendo spallucce, pensando che in fondo a loro due di calcio
non era mai importato molto. Ma con tutto quel fermento, i ragazzini che ripetevano fino
all’ossessione la formazione (Zoff, Baresi, Bergomi, Cabrini…) come in una litania, la
televisione, la radio, la strada, non si parlava d’altro, come si poteva restare indifferenti?
E poi, finalmente una buona occasione per uscire la sera e fare un po’ di casino!
Ora il giorno era arrivato, tra poche ore Sara e i suoi amici sarebbero stati tutti lì, davanti al
grande schermo, per seguire con apprensione le sorti della Nazionale.
Parlarono un po’ della scuola. Il ginnasio era finito e a settembre avrebbero cominciato la
prima liceo. Nuovi professori, trattamento adulto. Una nuova fase.
“A proposito di novità” cominciò Roberta, ammiccando “L’hai detto a Davide?”
“No, tanto è inutile. Si sente troppo grande per me” disse Sara, più a se stessa che
all’amica, pensando in fondo al suo cuore che mai e poi mai avrebbe avuto questo
coraggio.
Aveva conosciuto Davide in uno dei tanti pomeriggi a “fare le vasche” su e giù per il
centro storico: portici, Piazza Garibaldi, Piazza Manara, poi su in via Roma e poi ancora
giù, via Galliari, di nuovo portici e via così…
In uno di questi giri lo aveva notato: alto, magrissimo, faccia da schiaffi ma occhi da
bravo ragazzo. Si erano conosciuti con la facilità e la naturalezza dei sedici anni e da
allora erano diventati amici. Lui frequentava la scuola professionale e voleva diventare
geometra. Ora aveva appena finito gli esami, ed era in attesa dei risultati.
“Sono venuta solo per avvisarti che Davide passa alle sette” disse Sara, “fatti trovare
pronta.”
E senza dar modo all’amica di continuare il discorso, riprese la bicicletta.
Fece il giro largo passando per l’adiacente campagna. Nei campi il granoturco era già
stato tagliato e nell’aria pesante di umidità si sentiva il profumo dell’erba. La pianura, piatta
e monotona, diventava bella in questa stagione agli occhi di Sara, che odiava il grigiore e
la nebbia del lungo inverno.
Alle sette in punto Davide arrivò: indossava un paio di jeans e una semplice maglietta,
ma in testa, a mo’ di turbante, si era messo la bandiera dell’Italia.
Sara rise fra sé. Pensò che i ragazzi non perdono occasione per fare gli stupidi, ma in
fondo la cosa la divertiva.
Salutò i genitori, che si affacciarono per vedere l’auto tricolore e per fare le
raccomandazioni di rito.
Recuperata Roberta, alla festa trovarono tutti gli altri.
Il gruppo aveva già preso posto ai tavoli davanti allo schermo e si apprestava ad
apparecchiare con le tovagliette di carta. Si salutarono con grande slancio com’ erano
soliti fare, facendo un gran baccano, come se non si vedessero da secoli; poi ordinarono
tutti pizza e birra.
Davide era particolarmente silenzioso.
“Che hai?” chiese Sara “sei preoccupato per la partita?”
Lui sembrò risvegliarsi in quel momento: “No, però…è che devo dirti una cosa.”
Il cuore le balzò in gola: “Cosa devi dirmi?”
“Magari dopo, adesso mangiamo”, fece lui girandosi, quasi ad attendere l’arrivo della sua
pizza come una salvezza.
L’area feste si stava riempiendo. La musica era stata interrotta per non dare fastidio
alla partita. La maggior parte delle persone si era accalcata nella zona ristorante, alcuni
procurandosi le sedie da altre postazioni, altri sedendosi per terra.
I bambini si rincorrevano con grande soddisfazione. Il cielo oscurava molto lentamente,
anche se già si potevano vedere le stelle.
La sigla della Mondovisione riempì l’aria, qualcuno applaudì come se fosse a teatro.
Lo schermo si aprì sullo stadio Santiago Bernabeu di Madrid, gremito di spettatori e
bandiere delle due squadre. La voce emozionata ma ferma di Nando Martellini salutò i
telespettatori ed elencò le formazioni, mentre in campo entravano i giocatori.
L’arbitro diede il fischio d’inizio. Davide prese la mano di Sara.
Lei si voltò a guardarlo, ma lui aveva gli occhi fissi allo schermo. Non dissero una parola
per tutto il primo tempo, che passò in un lampo e senza reti. Non volava una mosca, non
circolava un’auto, le strade erano deserte. Solo i bambini più piccoli giocavano spensierati.
Roberta mangiucchiava nervosamente patatine fritte, Davide invece continuava a bere.
“La pianti con ‘sta birra?” disse Sara vedendolo aprire l’ennesima lattina, “di questo
passo sarai steso a terra k.o. prima della fine della partita!”
“Sara, sei bellissima” disse lui, già visibilmente alterato.
Lei arrossì; non era abituata ai complimenti, specie se arrivavano da Davide.
“Sei ubriaco” disse arrabbiata, pensando che la bella serata stesse prendendo una brutta
piega.
Proprio in quel momento ricominciò la partita e tornò il silenzio. Durò poco: qualche
minuto dopo, lo stadio esplose in un boato: era goal!!! Paolo Rossi firmava anche la finale.
Tutti si alzarono in piedi e si abbracciarono, cadde qualche sedia, qualcuno accennò passi
di danza.
Sara rimase seduta, ma Davide sembrò non accorgersene.
Al 24esimo Tardelli segnò la seconda rete; lo stadio sventolò il tricolore come impazzito,
sullo schermo apparve il Presidente Pertini che faceva no con la mano ai presenti, come a
dire: “Non ci prendete più”.
Al 38esimo la Germania accorciò le distanze, ma la cosa non sembrò preoccupare i
giocatori italiani, che apparivano carichi come non mai; e quando arrivò il terzo goal, a tre
minuti dalla fine, lo stadio impazzì, la folla davanti allo schermo esplose e con lei tutta la
città: si sentì uno scoppio di felicità all’unisono, come un coro di migliaia di voci.
La partita stava finendo, e mentre intorno a loro la gente si congratulava a vicenda, Davide
prese le mani di Sara, se le portò al petto e disse: “Vuoi essere la mia ragazza?”.
Dallo schermo il cronista gridava: “E’ finita! Campioni del mondo, campioni del mondo,
campioni del mondo!”.
Sara non rispose, ma il suo viso parlava per lei; stava per dire qualcosa, ma non ci riuscì,
la vita intorno a loro subì un’accelerazione, fu tutto un ballare, saltare, baciare chiunque
capitasse a tiro.
La folla straripò. Le strade si riempirono improvvisamente di centinaia di auto che
suonavano il clacson all’impazzata, la gente si salutava, si abbracciava, entrava nelle
fontane per giocare con l’acqua, in una specie di delirio collettivo che Sara guardava
sbigottita, ancora sottosopra per l’improvvisa rivelazione di Davide.
Tutto sembrava così perfetto, seppure pazzo e delirante, un mondo bellissimo dove la
gente si voleva bene, dove Davide le voleva bene, e avrebbe voluto che non finisse mai.
Saltarono in quattro sulla Diane tricolore per unirsi al serpentone di auto che festeggiava
lungo le strade della città, ma all’improvviso Davide deviò verso una strada di campagna.
“ Dove vai?” gridò Sara, stordita da tutto quel baccano, dai canti e dalle risate degli amici
e dalla radio accesa al massimo volume; ma lui non rispose, continuava a suonare il
clacson a tutti quelli che incrociava e loro rispondevano più forte, in un carosello di suoni
che sembrava lievitare di minuto in minuto.
Poi fu un attimo. Il furgone sbucò veloce e improvviso da dietro la curva, Davide
sterzò un secondo troppo tardi e lo schianto fu inevitabile.
Per un tempo interminabile tutto sembrò fermarsi; solo dall’autoradio giungevano ancora le
note di una canzone.
Sara uscì dall’auto contorta, dove i colori della bandiera ora si confondevano fra loro,
come in un’enorme lattina schiacciata; avvertiva odore di fumo e di bruciato, di metallo
e di sangue. Non riusciva a pensare, sentiva soltanto nella sua testa la voce di Nando
Martellini che ripeteva: “Campioni del mondo, campioni del mondo, campioni del mondo!”
e non ce la faceva a liberarsi da questo pensiero ossessivo.
Si fermò un’auto, qualcuno gridò parole incomprensibili; Sara lo guardò allucinata, come
se arrivasse da un altro mondo.
Poi le orecchie smisero di fischiare, e sentì distintamente i lamenti dei suoi amici ancora
fra le lamiere.
Si lasciò andare, e svenne.
Le prime luci di quell’alba estiva sbucavano oltre le case. Lunghe ombre si riflettevano
sull’asfalto deserto.
Sara uscì con i genitori dall’ospedale, avvolta in un golf di suo padre, come a cercare
protezione. Si guardò intorno, maledicendo fra sé i grilli che non la smettevano di cantare.
Le strade erano sporche: lattine di birra, cartacce, pezzi di cibo e di vetro. La città dormiva
pesantemente dopo l’ubriacatura notturna.
Si rese conto che in una notte tutto era cambiato, che il suo mondo era cambiato: il suo
grande mondo spensierato e felice si era sgretolato in tanti mondi più reali e più tristi.
Pensò che non fosse giusto, che aveva solo sedici anni, che non doveva soffrire così; che
i suoi amici lottavano in ospedale e che la loro perenne felicità, ormai, non c’era più; che
Davide non c’era più.
Guardò sua madre: lei le sorrise mestamente, quasi avesse letto nei suoi pensieri.
L’abbracciò.
Le bandiere tricolori brillavano alla luce del sole nascente.

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