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I RACCONTI DI DANY I. - Simon


Era andato via solo da qualche giorno, eppure il notaio si era ritrovato, insieme a tutti gli altri, a
rimpiangere quella canaglia di Simon. Mai, nella sua vita, gli era capitato un elemento di tal genere, una
faccia da schiaffi così, uno sbruffone con la millanteria scritta in fronte, e tuttavia simpatico e promettente.
Capelli rossi, lentiggini sul naso, occhi vivaci e liquidi, quel giovane, che sembrava ancora un ragazzino,
sprigionava energia da ogni poro, in particolare dalle braccia che non teneva mai ferme. Gli aveva fatto
tutto un discorso, infarcito di luoghi comuni e pieno zeppo di aggettivi, su quanto fosse importante per lui
ottenere quel lavoro, al quale sembrava ambire da tutta la vita e sottolineando quanto in realtà ci avrebbe
guadagnato lui, il notaio, ad assumerlo; tutto questo nella più assoluta, completa, totale mancanza di
esperienza per quella mansione.
E nonostante ciò il posto era stato suo. Senza sapere perché e per come, quel giovane aveva toccato le
corde giuste ed era entrato a far parte dello staff impiegatizio a pieno titolo.
Era questo lo stile di Simon, fin da quando, piccolino, cercava di vendersi nel migliore dei modi, durante gli
incontri mensili con gli aspiranti genitori, in quell'assurdo orfanatrofio nel quale era cresciuto.
Aveva imparato in fretta a sorridere, a comportarsi bene, a cogliere nello sguardo dell'altro l'appiglio giusto
per arrivare al risultato: farsi adottare. E alla fine c'era riuscito. All'età di otto anni, quasi fuori tempo
massimo per essere preso in considerazione, erano arrivati gli Smith, una coppia non più giovane che aveva
deciso di prendere il ragazzo con lo scopo dichiarato di utilizzarne le braccia nei campi.
Il signor Smith era il classico uomo di campagna, con le mani tagliate e annerite dal sole, e una faccia
segnata che sembrava voler scappar via dal cappello buono, messo per l'occasione insieme al suo unico
vestito, odorante di naftalina. La signora Smith, piccolina e timorosa, sembrava più vecchia della sua età.
Era una di quelle persone nate già anziane, con lo sguardo triste e le spalle un po' curve, quasi a chiedere
scusa per la sua esistenza.
Sin dai primi giorni nella casa degli Smith, Simon aveva capito come muoversi e volgere le situazioni a suo
vantaggio. Il padre, pur permettendogli di andare a scuola, lo costringeva a un lavoro duro nei campi, ma
Simon, conquistando giorno dopo giorno la signora Smith con baci e carezze (che la poveretta non aveva
mai ricevuto nemmeno dal marito), l'aveva portata completamente dalla sua parte. Così, nel giro di un paio
d'anni, il padre aveva perso l'aiuto nei campi e la scuola aveva guadagnato un ottimo studente.
Finiti gli studi, Simon era passato da un lavoro all'altro con una rapidità impressionante, in una sorta
di ricerca del lavoro perfetto che nemmeno lui sapeva come dovesse essere. Ad ogni nuova attività ci
metteva il massimo della passione e dell'entusiasmo, suscitando la benevolenza dei superiori, salvo poi
spegnersi come una candela troppo corta nel giro di qualche mese, e finendo con l'andarsene da un giorno
all'altro così com'era arrivato. In questo modo aveva costruito un fitta rete di conoscenze, ma nessuna vera
amicizia; e anzi in paese più di una persona lo considerava inaffidabile, anaffettivo e manipolatore.
Erano soprattutto le donne a cadere come pere mature ai suoi piedi, salvo poi essere regolarmente
liquidate con la stessa velocità con cui Simon cambiava mestiere.
Si poteva dunque dire che i suoi unici punti fissi fossero i genitori e gli impiegati dell'ufficio di collocamento,
che ormai lo consideravano di casa.
Tutto questo fino a quel giorno, quando il notaio aveva deciso di prendere Simon nel suo ufficio. Nel
momento in cui aveva messo piede nell'austero salone occupato dagli impiegati, era stato come se un
raggio di sole fosse entrato in una caverna, illuminandola e riscaldandola. I suoi capelli rossi e il suo
abbigliamento eccentrico avevano dato all'istante un tocco di colore alla tristezza dell'ambiente, mentre i
suoi modi espansivi e il suo gesticolare avevano riempito di energia lo spazio circostante.
Una persona, in particolare, era rimasta colpita dalla solarità del nuovo arrivato: la piccola Rosa, la
dattilografa, caduta fin dal primo momento nella trappola fascinosa di Simon; il quale si era presentato ai
colleghi con un discorso pieno di sé, autoreferenziale fino al midollo, che tuttavia aveva stordito e convinto
gli astanti, specie appunto la piccola Rosa.
"Contate sempre su di me" aveva detto Simon " Sono colto, preparato, veloce, affabile, concreto,
convincente, collaborativo. Con me le trattative andranno sempre a buon fine. Dovessi finire a fare il
militare se non sarà così!" Terminava sempre in questo modo le sue frasi, persino con i clienti, persino con
Rosa, come se la vita del soldato fosse peggio della prigione o della morte. E forse lo era, almeno per lui,
incapace di seguire le regole o di eseguire un semplice ordine.
Il nuovo lavoro gli piaceva davvero e per la prima volta Simon non aveva sentito l'esigenza di andarsene per
deliziare il genere umano con le sue innumerevoli capacità.
Stava bene, era in pace con se stesso. Forse era anche merito degli occhi adoranti della piccola Rosa.
Era stato dunque un vero colpo quel giorno quando, andando in visita agli anziani genitori, li aveva trovati
trepidanti sull'uscio di casa con una strana cartolina in mano.
"Figlio mio!" aveva gridato la madre, gettandogli le ossute braccia al collo, per poi fuggire dentro casa in
preda alle lacrime.
"Che succede?" aveva chiesto Simon, con un cattivo presentimento in corpo.
"Sei stato chiamato alle armi" aveva detto suo padre con tono incolore.
"Alle armi?"
"Non lo sai che siamo entrati in guerra?"
Certo, Simon ne aveva sentito parlare. Ma mai, neanche per un minuto, aveva pensato di poter essere
idoneo al reclutamento. Anche se a pensarci bene, perché non avrebbe dovuto? Era giovane, forte,
intelligente, furbo, coraggioso. Era ovvio, logico, che lo avrebbero chiamato.
Così, dopo un attimo di smarrimento, aveva valutato la cosa, cercato il lato positivo, ma, a parte la divisa
che lo avrebbe reso ancora più bello, non era riuscito a trovarlo. Tuttavia aveva convenuto sul fatto di
essersela sempre cavata al meglio in ogni situazione e aveva quindi avuto la netta sensazione che anche
in quel caso ne sarebbe uscito alla grande. Perciò, rincuorata la madre, rassicurato il padre, aveva atteso il
giorno della partenza con la migliore disposizione d'animo.
Quel giorno il sole caldo e splendente di primavera gli aveva fatto rimpiangere di non aver preso in
considerazione l'ipotesi di darsi alla fuga, ma mai e poi mai avrebbe fatto la figura del codardo e perciò si
era avviato deciso verso la stazione dove sarebbe stato accolto dai colleghi per l'ultimo saluto.
Ma sul binario non c'era nessuno.
"Forse non hanno capito il giorno" aveva detto fra sé, avviandosi mesto verso una panchina.
All' improvviso era comparsa un'esile figura.
"Ciao, Simon."
"Ciao Rosa. Sei venuta solo tu."
"Sì."
Simon aveva sorriso imbarazzato, forse per la prima volta in vita sua.
"Eccomi qui, vedi?" aveva detto, riprendendosi all'istante " In fondo, l’ho sempre saputo, che prima o poi
mi sarebbe toccato il militare! Non ce l’ho, nel curriculum…”
“Mi mancherai. Anzi, mancherai a tutti quanti, io lo so” aveva detto Rosa allontanandosi, mentre il treno già
entrava sbuffando alla stazione.

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