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I RACCONTI DI DANY I. - Tempi sbagliati


Jenna si arrotola un ricciolo sul dito. Guarda il cellulare, le 16.15. Lui è in ritardo, di nuovo, come
sempre. Beve un sorso di tè, batte i piedi nervosi sotto il tavolino del bar.
Fuori, oltre i vetri sporchi, la città si coccola i turisti. È domenica. Il ritmo è più lento, i passi, le
parole, le auto, il fiume. Tutto sembra scorrere tranquillo verso la sua naturale destinazione.
Gigio la coglie di spalle.
"Ciao, amo." Le schiocca un bacio sulla guancia e si siede. Prende un'altra sedia per appoggiare il
casco.
"Allora?" Ha gli occhi arrossati, ma le sorride.
"Allora cosa?"
"Hai pensato a quello che ti ho detto ieri?"
Lei si agita sulla sedia, cambia posizione.
"Di abortire, vuoi dire?"
"Abbassa la voce" sibila lui, guardandosi attorno, imbarazzato.
La signora alla macchinetta del videopoker si gira e fa una smorfia.
Gigio distoglie lo sguardo.
"Jenna, non c'è bisogno di fare così." dice alle sue scarpe.
"Ah, e come dovrei fare?"
"Abbiamo solo diciotto anni." La frase esce come una supplica.
"Buoni per votare, per guidare, per finire in prigione, ma non per avere un bambino?"
"Lo sai cosa intendo."
"Sì, certo, lo so. Intendi dire che hai solo voglia di divertirti, di goderti la vita. Una storia che si
ripete, no? Chissà quanti altri ci sono passati prima di noi."
"Non mi interessa degli altri, mi interessa di noi."
"Già, lo vedo. Lo vedo come ti interessa!"
Lui appoggia le mani sul tavolino, prende un respiro profondo. Fa un cenno al barista e ordina una
Coca.
"Ma tu non hai nemmeno un dubbio? Sei proprio così sicura di volerlo?"
Jenna rovista nella borsa, poi sbuffa e gli punta gli occhi in faccia: "Sicura, io? Figurati, non sono
mai sicura di niente. È che..."
"Che cosa?"
"Mi sembra che tu la faccia un po' troppo facile, e questo mi fa incazzare". Le mani le
tremano. "Stiamo parlando di me, della mia pancia, di quello che c'è dentro, la capisci o no?
Capisci che per me non sarà più lo stesso, in ogni caso?"
Lui è colpito dalla durezza di quella voce e dai lineamenti del suo viso, contratti in una smorfia di
dolore.
Beve un sorso della sua bibita, arrivata troppo fredda in un bicchiere troppo grande.
Jenna cerca ancora in borsa, prende una sigaretta.
"Cosa fai?"
"Esco a fumare."
"Ma non puoi farlo, nelle tue condizioni."
"Non farmi ridere. Tanto abortirò, no?"
"Non dire così."
"Tu hai già deciso."
"Io non ho deciso. Dobbiamo farlo insieme."
Lei guarda fuori, si mangia un unghia, poi appoggia le mani sulla pancia.
"Senti , io non so...non so cosa fare. Ho sempre pensato di avere un figlio, però, certo...magari non
adesso."
"Anch'io ho sempre pensato di diventare padre, un giorno."
"Davvero?" Jenna si illumina, la sua voce diventa più dolce, la linea della sua bocca si distende.
"Lo chiamerei Achab, come quello di Moby Dick."
Lei spalanca gli occhi, le vien da ridere: " Ma che nome del cavolo!"
"Non so perché...mi suona bene!" Ridono insieme. Le note di quella risata rimangono sospese
nell'aria. Fuori un clacson pone fine a quella musica. Entrambi tacciono di colpo. Il sorriso di lei si
spegne, lui beve ancora un sorso.
"Forse però non è il momento giusto."
"C'è l'Università."
"Sì."
"E non abbiamo un lavoro."
"Già..."
Lei si raddrizza sulla sedia: "Però i miei ci aiuterebbero. Non abbiamo problemi economici, in
famiglia."
"Lo so. Non c'è niente che non va. Solo i tempi sono sbagliati"
"Mi ricorda una canzone dei Pooh."
"Non la conosco, sai che li detesto."
"Parla di una situazione fantastica, di due che si amano, solo i tempi erano sbagliati..." canticchia.
"Come per noi."
"Sì"
Gigio si appoggia allo schienale, guarda per terra. Jenna prende un ricciolo fra le mani, mentre i
suoi occhi vagano lontano. Fuori il sole, oltre il fiume, fa capolino da una nuvola scura. Per un po'
stanno così, in silenzio, immersi nei loro pensieri.
" Lo sai, vero, che non li ascolterà?" dice Gigio a un tratto, prendendole la mano.
"Chi?"
"I Pooh."
"Ma chi?"
"Achab."
Lei lo guarda, sorpresa. Poi scoppia a ridere, scuote la testa: "Che nome del cavolo!"
(Corso 2012. Esercizio sul dialogo)

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